Note e riflessioni

Lucciole e vermi

Leopardi tenta intorno al 1819 un romanzo autobiografico, Vita abbozzata di Silvio Sarno in cui c’è un episodio di cui Leopardi è testimone. Lui, “malinconichiss.” è “a una finestra che metteva sulla piazzetta”dove vede due giovanotti che scherzano e giocano tra di loro, ed ecco che “comparisce la prima lucciola che io vedessi in quell’anno”. Uno dei due giovani si avvicina alla lucciola, e mentre Leopardi “domandava fra me misericordia alla poverella e l’esortava ad alzarsi”, il giovane la colpisce e la getta a terra mentre compare alla finestra la figlia del cocchiere. La lucciola si rianima e quello con un’altra botta la fa cadere e “col piede ne fa una striscia lucida tra la polvere ec. e poi ec. finchè la cancella”, quasi l’atto fosse un dono sacrificale al terzo giovanotto che sta arrivando (Scritti e frammenti autobiografici, pp. 108-111).
Confesso che di questo testo mi ero completamente dimenticato. L’ho trovato citato in un saggio di Luigi Capitano e mi ha subito colpito, uscendo definitivamente dall’oblio in cui pare io l’avessi condannato, forse per il peso delle dottissime note con cui il curatore l’ha quasi sepolto, o per la grande discussione se la figlia del cocchiere, che appare per un attimo alla fnestra, Teresa, sia anche la Nerina delle “Ricordanze”, e chissà se non anche Silvia. Il senso di questo episodio che colpisce, Leopardi, il “malinconichissimo” testimone, è l’annientamento, l’olocausto di una lucciola in cui si rappresenta il male, ovvero, per Leopardi, la souffrance che è la nota dominante dell’esistente, e che trova un riscontrato in alcune terribili notazioni dello Zibaldone del 19 e del 22 aprile 1826 (pp. 4175-4177). Poco prima, quasi ad introduzione di quste pagine, Leopardi aveva annotato che “tutto è male”. Le pagine che seguono ne sono infatti testimonianza.
Entrate in un giardino di piante di erbe e di fiori, scrive Leopardi. È primavera. “Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance qual individuo più, qual meno.”. I fiori succhiati crudelmente dalle api, e gli alberi infestati da formicai, bruchi, lumache. Leopardi prosegue in una sorta di rassegna del dolore e del tormento. Si entra più dentro il giardino e “tu strazi le erbe co’ tuoi passi: le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi.” Ad un primo sguardo il giardino è pieno di vita, anzi è “tanta copia di vita” che rallegra l’anima e “ci pare essere un soggiorno di gioia”. Ma in verità questa vita è trista e infe¬lice. Questo, come ogni altro giardino, “è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentis¬sero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.”
L’annientamento della lucciola sfarinata nella polvere è l’annuncio di questo giardino degli orrori. Leopardi si fa appunto testimone dell’orrore e del male che abitano il mondo e che finiscono per abitare anche in noi, facendoci inesorbilmente vittime e testimoni della catastrofe dell’esistenza in cui si raccoglie il dolore universale.

Dunque ad un certo punto ho visto nella lucciola di Leopardi qualcosa che in passato non avevo visto. Ho potuto vederlo perché avevo letto ed era rimasto in me un alto testo che testimonia di un sentimento analogo. Il protagonista di Pornografia di Gombrowics è partito insieme a un amico, o meglio a un compare, alla ricerca di ciò che gli permetta di “denudare la realtà” e si trova, insieme all’amico Federico, ad essere testimone di un evento terribile. Ecco, c’è una coppia di giovani, da cui i due viaggiatori si sentono attratti, Carlo e Enrichetta. Ad un certo punto la ragazza fissa l’attenzione su un lombrico enorme. Si gratta con indifferenza una gamba, e mentre compie questo gesto, il ragazzo schiaccia il lombrico, ma solo per metà, mentre “il moncone superstite perse a dibattersi e a contorcersi sotto l’occhio interessato del ragazzo”. Lo sguardo di Federico si punta vitreo sul verme “evidenziandone spietatamente il martirio”. È il testimone che fa sì che la cosa assuma il suo senso. Egli, il testimone, ha bisogno di “sviscerare la tortura (…), la carpiva, la succhiava, la ghermiva, la inalava”. È “impietrito, muto, incastrato nella morsa di quel dolore”, quando Enrichetta a sua volta schiaccia il verme, ma anche lei solo un’estremità, risparmiando il troncone centrale, perché “continuasse a torcersi e a dibattersi. Per il testimone quell’atto è di una mostruosità raccapricciante. Infatti “il dolore e il martirio sono altrettanto spaventosi nel corpo di un verme e di un gigante, il dolore è ‘uno’, totale e indivisibile”. Ovunque esso si manifesti “è sempre ugualmente parossistico, raggiunge sempre i vertici della stessa assoluta atrocità” (pp. 61-62). Negli stessi anni in cui Gombrowics scrive Pornografia egli annota nei suoi Diari considerazioni quasi identiche (Diario I, pp. 332-333).

È lo sguardo – la testimonianza - di Leopardi che trasforma un minuscolo evento, la fine di una lucciola, in una catastrofe che è l’immagine di un dramma cosmico. Ugualmente è lo sguardo di Federico, in Pornografia, lo sguardo del testimone, che trasforma un altro minuscolo evento nell’immagine di un’immane tragedia. È la tragedia di cui “il prigioniero” nella poesia di Montale è testimone quando s’identifica col “volo della tarma che la mia suola / sfarina sull’impiantito” (Bufera. p. 276). Così la tarma, o forse “il volo di una formica mai studiata o neppure vista dagli entomologi” (Altri versi, p. 669), un minuscolo evento, può farci entrare nell’ultimo segreto del mondo. La mente del testimone “indaga, accorda disunisce”, cercando di scoprire “il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, /il filo da disbrogliare che finalmente ci metta /nel mezzo di una verità” (Ossi, pp. 11-12). La verità che Leopardi ha scoperto è la souffrance universale, è la realtà del dolore “uno e indivisibile” che piaga il mondo in Gombrowics. Montale dal canto suo testimonia di una ricerca di una sospensione e di un’attesa: “Volli cercare il male / che tarla il mondo, la piccola stortura / d’una leva che arresta / l’ordigno universale; e tutti vidi / gli eventi del mi¬nuto / come pronti a disgiungersi in un crollo” (Ossi, 59). A sgretolarsi in un “minuto violento”. Una catastrofe. appunto Nel moderno pare che si possa testimoniare solo catastrofi. Fino al momento in cui “il silenzio ci chiude nel suo lembo”, come un sudario che oscura il balenio dell'istante, anche dell’istante di quel minuto violento che pareva poter aprire un varco.

Riferimenti
W. Gombrowicz, Pornografia, tr. it. di V. Verdiani, Feltrinelli, Milano 1994
W. Gombrowicz, Diari, vol. I, a cura di F. Cataluccio, Feltrinelli, Milano 2004
G. Leopardi, Scritti e frammenti autobiografici, a cura di F. D’Intino,Salerno, Roma 1995
G. Leopardi, Zibaldone dei pensieri, a cura di G. Pacella, Gar¬zanti, Milano 1991
E. Montale, Tutte le poesie a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1984.