Lavori in corso

Esperimenti di speleologia

1. La nostra immagine della caverna si associa ad un breve racconto autobiografico di Leonardo, che abbiamo letto anche nelle antologie scolastiche, he propongo qui quasi come un esergo, un motto d’apertura: “ ... e tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa”.
Leonardo non dice se nella caverna egli sia entrato o no, se sia stata più forte la paura oppure se abbia avuto il sopravvento il desiderio. Quel Wissentrieb che probabilmente è stata la spina e la spinta che ha mosso la filosofia lungo tutta la sua storia.

2. Ma lasciamo Leonardo e cominciamo un viaggio riportandoci molto all’indietro per poi procedere lungo alcune tappe che penso siano di particolare interesse. Alle fine del percorso saremo costretti a retrocedere ancora una volta nel tempo per riportarci in quella caverna da cui ha preso in qualche modo origine la filosofia stessa e che ha prolungato la sua ombra fino ai nostri giorni.

3. Nel 1940 quattro ragazzi scoprono nella Dordogna francese, a Lascaux, un insieme di grotte che vengono fatte risalire a 17.500 anni fa, al Paleolitico superiore, in cui sono stati trovati degli affreschi di grande bellezza e di grande importanza, una sorta di Capella Sistina preistorica, è stato detto. Il filosofo Georges Bataille ha scritto negli anni cinquanta del secolo scorso Lascaux. La nascita dell’arte, in cui discute la grande opera dispiegata sui muri delle grotte di Lascaux scoprendo in essa qualcosa che riguarda l’uomo in quanto tale: l’uomo di allora e l’uomo di oggi.
Una tensione sacrificale è all’origine dell’arte di Lascaux, tensione che segna, secondo Bataille, per sempre l’atto artistico lungo tutta la sua storia. L’uomo – scrive ancora Bataille - si allontana dal mondo animale attraverso il lavoro, che si “oppone al mondo della sessualità e della morte”, che eccedono ogni logica produttiva e costituiscono la dimensione propria del “sacro”. L’uomo, attraverso l’erotismo, come attraverso la sacertà, supera gli interdetti legati al mondo del lavoro e ritrova una solidarietà con la vita animale che è evidente nei dipinti di Lascaux. È il mondo della notte che affiora tra le pieghe del giorno. È ciò che emerge nell’angoscia, ed è ciò a cui andiamo incontro nella trasgressione e con il sacrificio, che alla trasgressione è sempre connesso in quanto nell’antichità, come scrive Bataille, si “vedeva nel sacrificio il crimine del sacrificante che, nel silenzio angosciato degli astanti, metteva la vittima a morte, crimine in cui il sacrificante, con conoscenza di causa e lui stesso angosciato, violava l’interdetto dell’omicidio”.
C’è un’immagine nelle pitture di Lascaux che ha particolarmente colpito Bataille, perché riassume in sé la contiguità del sesso della morte e dell’animalità. Un uomo con una piccola testa d’uccello giace a terra, forse morente o forse addirittura morto, con il sesso eretto. Su di lui incombe il bisonte ferito e anch’esso morente, con le budella che pendono dal suo ventre. L’uomo, l’animale, il sesso e la morte rappresentati insieme: vale a dire ciò che è davvero l’essenziale. Quell’essenzialità che troviamo in tutti i grandi artisti anche nella nostra modernità.

4. Proseguiamo nel nostro viaggio. Siamo con Odisseo alla corte di Alcinoo, re dei Feaci. Odisseo racconta la sua storia, le sue avventure e il suo pellegrinaggio, che conosce, nel suo centro, la Nekya, il viaggio di Odisseo sulle soglie dell’Ade, in cui certamente coglie l’ansia e la paura della “minacciante e scura spilonca” di cui aveva parlato Leonardo, anche se, propriamente, la parola caverna non è nominata ne testo.
Odisseo arriva dunque (siamo nel libro XI) “ai confini dell’Oceano profondo” dove “sugli infelici mortali si stende una notte funesta”. Egli si trova ora sull’ultimo confine raggiungibile, sulla soglia che sta tra il mondo dei vivi e il mondo delle “teste senza forza dei morti”. Odisseo scanna su una fossa le bestie sacrificali e fa scorrere “il sangue fosco come nube”. Come si vede siamo ancora nel sangue e nel sacrificio che abbiamo incontrato con Bataille. I morti vengono ora ad aggirarsi “in folla intorno alla fossa, chi di qua e chi di là, con strano stridio”. Poi finalmente il tebano Tiresia. Il veggente, dopo aver bevuto “il fosco sangue”, parla di ciò che ancora attende Odisseo, fino alla sua morte “fuori dal mare”, e infine lo avverte che dirà cose vere solo chi tra i morti avrà attinto al sangue sacrificale. È allora la volta della madre, e già mentre questa ancora parla numerose si “accalcano le donne”, in una sorta di riepilogo delle grandi figure mitiche. Poi è la volta degli eroi, di Agamennone, di Achille e di Patroclo, e di Aiace. Poi sono ancora altre grandi figure del mito, Orione, Tizio, Tantalo e Sisifo e Eracle. Odisseo racconta ai suoi ascoltatori, ad Alicinoo e alla sua corte, di essere allora rimasto lì, sulla soglia, fermo

immobile semmai arrivasse ancora qualcuno
degli uomini eroi, che erano morti in passato.
E avrei anche visto gli uomini antichi, come pure volevo,
ma prima si radunarono immense schiere di morti
con strano gridio. Mi prese una pallida angoscia,
che non mi mandasse dall’Ade, l’insigne Persefone,
la testa della Gorgone, il terribile mostro (XI, 628-635).

5. La nekya di Omero è ripresa da Virgilio nel VI libro dell’Eneide, ma prima di parlarne mi sia permesso fare un accenno a Dante che nel XXVI canto dell’Inferno, scrive la sua Odissea, parla della Nekya di Ulisse che è specchio della sua stessa Nekya. Ulisse non si ferma. È divorato dal Wissentrieb, quella volontà di sapere che abbiamo visto essere ciò che aveva inquietato Leonardo davanti alla caverna.
Si rivolge ai pochi compagni rimasti, ormai vecchi, giunti all’occidente e dice: “A questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente / non vogliate negar l’esperïenza, /
di retro al sol, del mondo sanza gente”. È l’invito a entrare e esplorare il nulla, “di retro al sol”, in un mondo “sanza gente”. Wissentrieb, come abbiamo già incontrato, vale a dire esplorare l’incognito come di fatto Dante stesso stava facendo.
Ulisse e i suoi navigano finché giunti là dove soltanto chi è nella grazia di Dio, come Dante stesso, può giungere, nacque un turbine, che colpisce la nave.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.

6. Ma, un passo insietro e veniamo alla caverna e alla Nekya di Virgilio, nel canto VI dell’Eneide. Enea, dopo mille travagli, è giunto sulle rive d’Italia e come Ulisse doveva interrogare i morti, anche lui, tramite la Sibilla, deve affrontare questa terribile esperienza. Si muove dunque “verso i luoghi segreti” dove sta “l’antro smisurato dell’orrenda Sibilla”. Un antro con cento porte da cui esce la voce della Sibilla, “la veggente che infuria come una Baccante nel tentativo di scacciare dal petto il grande dio”, Apollo, che parla possente attraverso la sua bocca. E quanto la Sibilla cerca di sfuggire alla terribile invasione del dio, tanto più Apollo “tormenta la bocca rabbiosa, domando l’indomito cuore, e docile la rende stringendola con forza”. Già le cento grandi porte dell'antro si spalancano da sole “e portano per l’aria i responsi della veggente”. Così “la Sibilla di Cuma dai penetrali annunzia orrende parole velate e rimbomba nell'antro, avvolgendo il vero con l'oscuro”.
La Sibilla dà una serie di compiti ad Enea, tra cui cogliere il ramo d’oro, che darà modo a Enea di risalire dall’oltretomba, quel ramo d’oro che sarà ispirazione e titolo di un grande libro di James George Frazer, appunto Il ramo d’oro, e finalmente dall’antro della Sibilla, si passa ad un’altra grotta “profonda e immensa per la sua vasta apertura, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi sulla quale nessun volatile impunemente poteva volare”. Fatto il sacrificio dovuto, Enea inizia il suo viaggio tra i morti. Esseri che appartengono al mito, alla storia romana, alla sua famiglia, fino alla conclusiva apoteosi di Augusto. Ma il viaggio ha segnato Enea che non a caso, nel canto successivo, esclama la sua volontà di superare ogni ostacolo, anche correndo il rischio mortale. “Si flectere nequeo superos, Acheronta movebo” VII, 312)

7. Ben diverso è l’antro di Porfirio, un neoplatonico legato a Plotino, che elegge la grotta dove Odisseo, sbarcato su Itaca, nasconde i tesori che gli erano stati donati dai Feaci, nell’antro delle ninfe. Il cosmo è oscuro a causa della materia che lo compone, ma al contempo è bello per le forme che in esso si intrecciano. Un altro neoplatonico Proclo parlerà di queste forme che s’intrecciano con il canto della Kore, che di fatto tesse proprio con il suo canto la variegata tela del mondo.
Le caverne hanno due entrate, o meglio un’entrata e un’uscita e diventano così il luogo elettivo del culto iniziatico. Si discende nella caverna, come si scende nella morte, e si risale come in una rinascita. L’oscurità simbolo di tutte le potenze invisibili. Il fruscio dell’acqua che ascoltiamo rinvia alle ninfe, le Naiadi, ninfe delle acque, che presiedono alla sorgente della vita. La simbologia di questo mito neoplatonico è variegata e complessa. Le pietre simboleggiano le ossa. Il manto cremisi il corpo, le api che abitano la caverna simboleggiano il miele usato contro la corruzione dei corpi, e usato anche per le libagioni, e inoltre simboleggiano la dolcezza, e con la dolcezza l’attrazione e la generazione.

8. Abbiamo sfiorato il neoplatonismo aggirando Platone. In realtà lo abbiamo riservato per la conclusione, perché è di Platone il grande mito della caverna, che non solo è l’immagine stessa della filosofia, ma è anche una narrazione in cui sembra dispiegarsi il mito dell’Occidente. Lasciamolo in sospeso e passiamo intanto rapidamente alle immagini dell’ombra e dell’oscuro che transitano dall’esterno, dalla caverna esteriore, all’interno, alla caverna interiore.
Goethe aveva già affermato nel Faust che “il dentro è abitato da tenebre” (11453). E Kierkegaard che afferma che muovere per il mondo e per l’esistente insieme alla noia, al sentimento del nulla, significa entrare in una vertigine “come quella che viene a guardare giù in un abisso infinito”, perché il nulla, e la noia che è sentimento del nulla, sono infiniti (Aut Aut, II, 28). Sembra fargli eco Nietzsche quando afferma che a guardare nell’abisso ad un certo punto saremo noi guardati dall’abisso. Ma chi ha fatto una vera e propria inversione dalla grotta esterna alla grotta interna è Sigmund Freud che non ha caso pone in testa alla sua Interpretazione dei sogni un motto tratto da Virgilio, “Si flectere nequeo superos, Acheronta movebo”. La teoria di Freud muove dall’oscuro e dalla notte e dalle figure che emergono dalla notte e dal sogno, che è il Königsweg, la via maestra, la via regia per giungere all’inconscio. L’inconscio parla più di un dialetto, scrive Freud, e dunque con il suo polilinguismo manda segnali ambigui, come la Sibilla di Cuma che, come abbiamo visto “avvolge il vero con l’oscuro”, o come la Pizia. Infatti. scrive Eraclito, Apollo, “il Signore che ha l’oracolo in Delfi non dice e non nasconde, ma accenna…”. È questa la voce ambigua del sintomo che deve essere interpretato, in una analisi che Freud non esita a definire, quasi al termine della sua vita, “interminabile”, e che procede via via per progressivi scavi e costruzioni, vale a dire con le narrazioni attraverso cui l’analista e l’analizzati compongono i frammenti che emergono dalla grotta dell’inconscio.
Ci porterebbe fuori tema forse seguire l’ipotesi che anche Freud abbia avuto in Al di là del principio di piacere la sua Nekya. Centrale, fino a questo momento, nella psicoanalisi era stato il principio di piacere. Questo principio è anch’esso una funzione del tempo lineare. Esso infatti “consegue dal principio di costanza; invero il principio di costanza è stato inferito dai fatti che ci hanno obbligati ad adottare il principio di piacere”. Ma ci sono esperienze che sfuggono alla prese del principio di piacere e all’ordine della successione temporale. Freud è così indotto a “legittimare l’ipotesi di una coazione a ripetere, che ci pare – egli scrive - più originaria, più elementare, più pulsionale di quel principio di piacere di cui essa non tiene alcun conto”. Ma cosa sta dietro alla coazione a ripetere che affiora e spezza l’ordine del tempo e pone in discussione quel principio di piacere su cui la psicoanalisi fin qui si è mossa?
“La meta di tutto ciò che è vivo è la morte”. La morte sarebbe dunque lo stato a cui tutti gli organismi alla fine tendono. Le “vie errabonde che portano alla morte, fedelmente serbate dalle pulsioni conservatrici, si presenterebbero a noi come l’insieme dei fenomeni della vita”. Le pulsioni di autoconservazione, in questo caso, sarebbero il tentativo proprio a ogni organismo, di difendere la propria morte, quella che gli è immanente, e dunque “anche questi custodi della vita” sarebbero stati “in origine guardie del corpo della morte”.

9. Ma il grande abitatore e il cartografo della caverna interiore è Franz Kafka nel racconto La Tana. È un testo claustrofobico. In esso lo spazio in cui muoversi è ridotto a un intrico di stretti cunicoli che si intersecano nella profondità della terra. Nulla può fare l’abitatore della tana se non continuare disperatamente nella sua attività. Costruire, scrivendo, la tana in cui nascondersi. Ma nessuna costruzione difende dall’alito mefitico del vento di fuori che entra con il suo insistente e ossessionante sibilo. La costruzione dell’abitatore della tana è davvero una aufbauende Zerstörung, una costruzione che via via che procede distrugge e apre all’ignoto: apre varchi al mondo che è l’ignoto stesso. E tu starai lì da solo, immoto, come Kafka afferma nell’ultimo degli aforismi di Zürau, mentre “il mondo ti si offrirà per essere smascherato”, e “si torcerà davanti a te” inscenando il suo terribile spettacolo. Si torcerà e continuerà a torcersi perché questo è il mondo che dai sotterranei della tana si riesce a intravvedere.

10. Facciamo ora nuovamente un salto all’indietro e arriviamo finalmente al grande testo di Platone su cui è necessario soffermarci in quanto inaugura la filosofia e in qualche modo addirittura la conclude. Ha ragione Giorgio Colli quando afferma che la filosofia presocratica, vale a dire preplatonica, dal momento che il pensiero di Socrate ci è noto praticamente dai testi di Platone, non è filosofia, ma sapienza. Eraclito è un sapiente, mentre Platone è filosofo in quanto è colui che ama la sapienza, questo significa il termine filosofo. La ama e la studia. E uno dei testi capitali del pensiero platonico è il mito della caverna che egli propone nel VI libro della Repubblica, centrale come centrale è la Repubblica stessa all’interno della produzione platonica.
È Socrate che parla e si rivolge a Glaucone, uno degli interlocutori di questo dialogo. Immagina, dice,

degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.

Gli uomini incatenati vedono le ombre dei burattini mossi sopra il muretto esterno alla caverna e le loro stesse ombre proiettate sul muro verso cui sono costretti a guardare. Queste ombre sono per loro oggetti reali. E dunque “questi prigionieri considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali”. Immaginiamo ora che uno riesca a sciogliersi dai legami e si volgesse alla luce, in un primo tempo sarebbe accecato dal riverbero ma poi riconoscerebbe gli oggetti di cui fino a quel momento aveva visto l’ombra. Costretti a guardare verso la luce ne rimarrebbe ancora una volta accecato, ma poi un po’ alla volta

potrebbe osservare, più agevolmente, le ombre, poi le immagini riflesse nell’acqua degli uomini e delle altre cose, infine le cose stesse; di qui potrebbe passare all’osservazione dei corpi celesti e del cielo stesso durante la notte, volgendo lo sguardo alla luce degli astri e della luna con maggior facilità che, di giorno, al sole e alla sua luce.

A questo punto non si accontenterebbe più di guardare la luce del sole nel riflesso dell’acqua,

bensì il sole stesso nella sua propria sede, e contemplarlo qual è. E allora giungerebbe ormai, intorno al sole, alla conclusione che esso, oltre a provvedere alle stagioni e al corso degli anni, e a regolare ogni cosa nel mondo visibile, è anche in qualche modo la causa di tutto ciò che essi vedevano nella caverna.

Colui che ha veduto, il filosofo, torna nella caverna con gli occhi ancora una volta pieni di un’oscurità ancora più grande per via del passaggio dalla luce all’ombra. Questo lo renderebbe ridicolo e allora, quando cercasse di sciogliere i compagni e di spingerli verso l’altro, questi lo ucciderebbero. Qui Platone fa un chiaro ed esplicito riferimento a Socrate, considerato atopos, strano e ridicolo, e poi condanno e ucciso. A questo punto Adriana Cavarero nel suo libro Platone ci dice che Socrate è tornato nella caverna, ma non Platone. Io ritengo invece che l’ansia e la passione per l’insegnamento che ha portato Platone a Siracusa dal tiranno Dionigi e che gli hanno procurato il carcere, l’avrebbe spinto a tornare nella caverna. Ma veniamo alla conclusione di Platone.
“Quest’immagine pertanto, caro Glaucone” dice Socrate,

va applicata tutta intera a quel che dicevamo prima: la regione che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco che sta in essa alla potenza del sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è quassù come l’ascesa dell’anima verso il luogo del noetico [conoscibile] non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può esser vera. Questo è comunque quel che a me appare: all’estremo confine del conoscibile v’è l’idea del buono e la si vede a stento, ma una volta vistala occorre concludere che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel luogo del visibile la luce e il suo signore, in quello del noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e che deve averla vista chi intenda agire saggiamente sia nella vita privata sia in quella pubblica.

Ho detto l’inizio e la fine della filosofia. Uscire dalla caverna è andare verso la luce e verso il bene. Massimo Cacciari ripercorre il labirinto della filosofia in un libro intitolato appunto Labirinto filosofico e la sua conclusione è la conclusione di Platone alla fine del mito della caverna ripetuto da Cacciari quasi alla lettera. La cosa in sé, che ha tormentato il pensiero filosofico, è “l’idea delle idee, l’Agathon: il che-è dell’essente su cui nessun logos ha potere, e che nessuna predicazione può definire, ma da cui il logos è chiamato e a cui il logos corrisponde sempre. (…). È questo che da sempre pensiamo nel momento in cui davvero intendiamo conoscere e predicare ta phainomena, e cioè interrogarci sul perché della loro stessa luce”. Tradotto on termini più piani, sperando di non tradirlo più di tanto, l’idea del bene, l’Agathon, che chiude nella metafora del sole, il mito della caverna di Platone, è l’indefinibile che sfugge al dominio del logos, perché del logos è più grande, ma che attrae a sé il logos stesso, il pensiero. Quando pensiamo è a questo che pensiamo, anche quando vogliamo conoscere le apparenze, i fenomeni, e cogliere il perché della loro stessa luminosità. Vale a dire del loro apparire, del loro rendersi conoscibili.

11. Arjun Appadurai, il grande antropologo di origine indiana, intellettuale di punta negli studi postcoloniali, ne Il futuro come fatto culturale dà una lettura molto diversa del mito della caverna di Platone, su cui vale la pena di riflettere.
“La famosa allegoria platonica della caverna – scrive Appadurai - apre all’idea di un viaggio, disegna una traiettoria, fonda il “traiettorismo”, che è una

disposizione epistemologica più profonda, che costantemente interpreta le vicende umane come un viaggio collettivo da un qui a un là o, più precisamente, da un ora a un allora, naturale come un fiume e onnicomprensiva come il cielo. Il traiettorismo consiste nell’idea che la freccia del tempo abbia un telos e che in questo telos vadano rintracciati tutti i modelli di cambiamento, di processo e di storia

Il traiettorismo – continua Appadurai - è, dunque una “metatrappola”, che ci porta a pensare alla realtà come un viaggio dalla tenebra alla luce. Ha una lunga tradizione, che trova un suo momento di grande intensità e persuasività nel mito – allegoria, la definisce Appadurai - della caverna nella Repubblica di Platone, che definisce appunto il tragitto, la “traiettoria”, dalle tenebre alla luce, dall’apparenza alla realtà. È da allora, scrive Appadurai, che “l’idea della traiettoria ha plasmato e strutturato il pensiero occidentale, fino al punto di creare una narrazione retrospettiva dell’inevitabilità dell’Occidente stesso, edificata con parti e frammenti di filosofia greca, di mitologia biblica, di legge romana, di architettura gotica, di umanesimo rinascimentale”. Il traiettorismo diventa dunque una grande metanarrazione, attraverso la quale l’Occidente si racconta e si rappresenta. È il mito che sembra poter spiegare “il segreto dei suoi successi nell’industria, nell’impero e nella conquista del mondo”.
Fin dal tardo umanesimo il traiettorismo sembra contenere in sé la spinta ad un espansionismo universale, che ne è, per così dire, la logica intrinseca. Questa spinta, a partire dall’illuminismo, assume una dimensione che la differenzia dall’antico espansionismo romano o da quello successivo dell’Islam. Dall’illuminismo in poi l’espansionismo assume la dimensione di un “universalismo etico”. La modernità - per l’Europa - ora richiede “un’espansione completa e globale”. Non può concepirsi come compiuta “senza coprire l’intera superficie del globo”. È ciò che caratterizza la storia europea degli ultimi tre secoli, la storia del suo imperialismo fondata sulla “attuazione spaziale trasversale di una difettosa visione della temporalità, in cui la freccia del tempo ha sempre una direzione unica e una destinazione nota”.
Discutibile Appadurai? Pensiamo alle guerre “umanitarie” e civilizzatrice anche degli ultimi decenni, a partire dalle due guerre del Golfo e dall’Afganistan. Forse qui – pensando a Platone - la traiettoria si è almeno in parte invertita, e dalla luce abbiamo fatto qualche passo indietro verso il buio della caverna.